Domanda: è possibile cambiare?

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Qualche tempo fa un amico mi ha posto un bel interrogativo, mi ha chiesto: “È possibile cambiare? Diventare un’ altra persona, una persona migliore? Naturalmente non intendo di atteggiarmi come se fossi un’altro o di costruire una doppia personalità alla Dr.Jeckill e Mr. Hyde. Intendo, quello che comunemente viene definita auto-realizzazione, di un riesame e di una messa in discussione della propria esistenza, per un progetto di sviluppo interiore, consapevole e sistematico della propria personalità. Nelle librerie ho trovato un sacco di libri e manuali fai da te, pieni di suggerimenti sull’auto-ricerca, sulla psicologia della gestione di se stessi, sull’integrazione dei sentimenti, sullo sviluppo delle emozioni, sul come cambiare le proprie abitudini, sul positivismo del tipo americano (tipo: puoi diventare tutto ciò che vuoi). Sono solo assurdità o c’è qualcosa di fondato? Secondo te, c’è qualcosa che posso fare seriamente?”

Non sono sono stato in grado di rispondere subito alla domanda postami dal mio amico ma è comunque riuscito a stimolare la mia profonda riflessione. Provo ora ad esporre alcune delle mie riflessioni.

Ad un primo impatto, così come la domanda mi è stata posta dal mio amico, mi era sembrato che la sua idea di auto realizzazione dovesse essere una specie di interpretazione di se stessi, un andare a rivedere la propria vita passata, riesaminarla, e sulla base di questo riesame stabilire cosa non è andato bene, e da lì, iniziare a fare qualche cosa per cambiare.
Mha! Potrebbe anche andar bene! Ma mi sorge un grosso dubbio, perchè per riesaminare e interpretare se stessi occorre molta onestà, e bisognerebbe possedere la capacità di chiedersi costantemente: “Sono una persona in grado di interpretare me stessa senza autoingannarmi? Oppure proietto sempre la colpa su qualcuno, sui miei genitori, mia moglie, i miei figli, sulla sfortuna, o su qualcosa d’altro fuori di me?

Secondo me, quando cerchiamo di riesaminarci inevitabilmente ci interpretiamo, e inevitabilmente ci creiamo un senso di incapacità, una specie di separazione da noi stessi e dalla nostra stessa vita.  Si verifica cioè un fatto strano, ci si sente dentro alla vita come per caso, ci si sente come in balia di eventi determinati da altri, e fondamentalmente si ha l’impressione che manchi la propria personale partecipazione. Penso tuttavia che sia possibile fare un riesame di noi stessi e trarre qualche utile interpretazione per il cambiamento. Ad esempio, trovo molto utili quelle autoanalisi nella quali riusciamo ad individuare gli errori che sono da imputare a noi stessi.
In questi casi, quando riusciamo ad individuare una nostra mancanza possiamo anche fare qualcosa per rimediarla senza restare passivamente ad aspettare che il mondo diventi migliore a seconda delle nostre aspettative o che capiti qualcosa che rivoluzionerà la nostra vita.  Se stiamo ad aspettare che le cose vadano da sole e nel modo giusto, campa cavallo che l’erba cresce!
Siamo noi che dobbiamo adattarci al meno peggio possibile.
Non vorrei però che la parola addattarsi venisse fraintesa; per me, adattarsi non significa solo rinunciare a qualcosa, ma anche e soprattutto ricercare una condotta adatta per andare avanti, per andare verso la realizzazione dei nostri scopi.
Personalmente, ho visto e verificato che se si vuole realizzare concretamente qualcosa di sé, questo è il metodo migliore.

Se invece con riesame si intende volgere uno sguardo verso il futuro, per provare a mettere in atto un comportamento tipo come si dovrebbe fare per …, allora penso che vada bene, ed è anche quello che farebbe qualsiasi persona “normale”. Metto normale fra virgolette, perché onestamente non so cosa voglia veramente dire essere normali.  Comunque, una persona che progetta il suo comportamento in vista di un fine e si sforza di essere come è necessario essere per realizzare questo suo scopo prefissato, uno che non cerca rimedi miracolosi e istantanei, che si impegna a fare passo dopo passo quello che è nelle sue possibilità per tirare fuori da se stesso quel che serve, ha tutta la mia ammirazione.

Non vorrei apparire uno superficiale e un po’ troppo semplicistico, ma sono fortemente convinto che sforzandosi anche solo un poco e gradualmente, si superano molte difficoltà, che si realizza quell’autonomia che un po’ tutti desideriamo e che dovrebbe essere posseduta da ogni essere umano.

Nel dire ciò, mi sto basando su qualche anno di esperienza!

Spesso guardiamo alle nostre mete senza considerare i passi necessari per raggiungerle. Ciò, anziché rendere l’impresa facile, la fa sembrare irrealizzabile. C’era, per esempio, una mia amica, molto timida, che continuava a ripetersi: “non ce la farò mai a diventare più sicura e disinvolta”, ma non considerava mai quali fossero i passi che un poco alla volta avrebbe dovuto fare, e di conseguenza se ne stava sempre chiusa in casa, attaccata al computer. Non usciva mai di casa, azione che invece, secondo me, avrebbe dovuto sforzarsi a fare, come primo passo per incominciare ad uscire dalla propria introversione.
Quando si guarda ad una meta dal punto di vista del suo risultato finale, si perdono di vista i passi necessari. Fare almeno un piccolo sforzo, per me significa soprattutto fare quei passi che servono.
Nell’esempio della mia amica, avrebbe potuto fare molto per uscire dalla sua timidezza se non si fosse posta l’obiettivo finale di voler essere un’estroversa, ma se si fosse intanto limitata a fare quella che guarda le estroversioni altrui e se avesse cominciato con il partecipare a quelle estroversioni. Se per il momento si fosse accontentata di stare con le persone estroverse, probabilmente avrebbe acquistato un po’ alla volta la capacità di sentirsi con gli altri!

Quello che il mio amico ha chiamato riesame e la messa in discussione della propria esistenza, per un progetto di sviluppo interiore, consapevole e sistematico della propria personalità, è un impegno importante, basilare, ma è solo un primo passo, elevato, ma comunque solo un primo passo, l’importante è iniziare. Non fermarsi al primo scoglio.

Poi occorre andare oltre. Il passo successivo, un po’ più in là, di questo processo di auto-conoscenza e auto consapevolezza, sarebbe quello di gettare via tutto, senza più progettare nulla, e, vivere secondo il sentire del nostro corpo e non secondo la nostra personalità, che in fondo in fondo non è altro che una corazza che ci nasconde a noi stessi e agli altri.

 

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