Reichiano's Blog

20 marzo 2010

Angoscia profonda e paura di vivere

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 11:23

MaschereAlcune persone mi hanno chiesto cosa intendo con l’affermazione che un percorso di crescita non può dirsi tale se non considera e non affronta il problema dell’angoscia profonda.
Affrontare l’angoscia profonda, quel “senso interiore di svuotamento”, è il lavoro per cercare di scoprire cosa c’è dietro quella sensazione che si può vagamente percepire quando ci fermiamo un attimo ad ascoltarci. E’ una sensazione inquietante che fa veramente paura, una paura tremenda. Per cercare di non sentire quel senso di vuoto viscerale, molte persone creano un problema ancora maggiore, e cioè vivono con la “paura della vita”. Senso di vuoto e paura di vivere, paura del vuoto, paura di “sentire”.

E allora cosa si fa? Per neutralizzare il vuoto e la sofferenza, si nega il malessere, ma nello stesso tempo, facendo ciò, si perde il contatto con la vita. La vita diventa una cosa estranea a se stessi, si diventa spettatori, non ci si sente protagonisti, non c’è alcun coinvolgimento, c’è invece paura di sentire, di essere in contatto con gli avvenimenti della vita, e per reazione ci si chiude sempre più. Ma il chiudersi, non è l’unico sistema, ci sono anche persone che per colmare questo vuoto, inventano sempre mille cose da fare, non si permettono di essere inattive neppure un minuto, perché se si fermassero ad ascoltarsi, l’angoscia profonda, la tristezza, e la disperazione prenderebbero il sopravvento. Questi meccanismi sono comuni a tutti; ovviamente chi non ne è consapevole o non ha mai intrapreso un cammino di crescita, negherà sempre, ma, ripeto è un problema che ci investe tutti.

Da dove trae origine l’angoscia profonda? Siamo esseri umani che possiedono un corpo mortale, il nostro destino è di morire, prima o poi; ma la nostra mente non può accettare l’idea della morte, essa al contrario, aspira all’immortalità. A livello mentale noi ci vorremmo simili ad una divinità e vorremmo evitare il nostro destino di esseri mortali. L’ Io, cerca in tutti i modi di negare la morte perché così ha l’illusione di evitare il suo destino. Ma cercando di evitare il nostro destino, noi ne creiamo uno anche peggiore, cioè viviamo con la paura della vita.
Per meglio definire l’importanza e l’utilità di lavorare sull’angoscia profonda, ho bisogno di partire da lontano e chiarire prima di tutto una questione fondamentale. Quando si lavora molto in profondità, quando cioè si va al di là del livello superficiale, sociale, quello che è caratterizzato dalle nostre maschere esteriori e dai ruoli che quotidianamente recitiamo, si entra inevitabilmente nell’esperienza del nulla, del vuoto. Nell’esperienza che si può riassumere nella domanda: “Se non sono la brava ragazza, la donna dura, la bambina piagnucolosa (le parti insomma che decido di recitare), chi sono Io?”
Il niente, il nulla, è una sensazione molto dolorosa e frustrante, che per quasi tutti e intollerabile e che perciò si cerca di evitare e di sfuggire in tutti i modi possibili. Questa sensazione di vuoto, ad esempio, è una caratteristica che è molto forte nelle persone che presentano delle fobie, ed è contrassegnata, come accennavo nel precedente scritto, dall’atteggiamento di fuga, o di evitamento, perché si ha paura di soffrire, di attraversare le porte infernali della sofferenza.
Che cos’è questa sofferenza?
Non è nient’altro che l’inevitabile sofferenza che la crescita comporta. Se non si vuole oltrepassare quella porta, si rimane degli immaturi, delle persone cioè che non posseggono un sostegno interno e che avranno sempre bisogno di un autoritario sostegno esterno. In pratica, si rimane individui che preferiscono usare la propria energia personale non per crescere, ma per manipolare gli altri e l’ambiente intorno a se. Molti la definiscono: “paura di vivere”.

Se invece si decide di correre questo rischio, di affrontare gradualmente l’angoscia interiore, si entra in uno stato di coscienza di grande interesse, un livello dove si entra in contatto con delle forze contrapposte, che si sperimentano come paura della morte. Se si entra e si attraversa questo stadio, il senso di morte prenderà vita e avverrà un’esplosione, che culminerà con una meravigliosa scoperta, la scoperta di chi siamo veramente. Naturalmente quello che qui ho descritto in poche righe, in realtà è’ un percorso molto lungo. Se ne vale veramente la pena, lo dovrà decidere ognuno di noi.
Un energetico abbraccio.
Franco

19 marzo 2010

Meccanismi di difesa

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 11:08

Gli esseri umani hanno bisogno degli altri per sopravvivere fisicamente. Se veniamo abbandonati a noi stessi, non abbiamo quasi alcuna possibilità di sopravvivenza fisica. Se veniamo lasciati soli, le nostre possibilità di sopravvivenza psicologica ed emotiva sono ancora più basse. A livello psicologico, ogni individuo ha tanto bisogno del contatto con altri esseri umani quanto a livello fisiologico, ha bisogno del cibo e dell’acqua. Siamo esseri sociali, e il nostro bisogno di sentirci parte con il gruppo ci è altrettanto naturale tanto quanto il nostro bisogno con uno qualsiasi dei nostri impulsi primari di sopravvivenza. Ognuno di noi ha necessità di realizzarsi sia come individuo che come creatura sociale. Il gruppo può significare la famiglia, la cerchia sociale, i colleghi di lavoro, una qualsiasi o tutte le combinazioni di persone che hanno un rapporto di relazione intimo o particolare con noi. Le persone che fanno parte di un gruppo, di qualunque gruppo si tratti, sperimentano il bisogno del contatto con il gruppo stesso come uno dei suoi impulsi psicologici primari di sopravvivenza, anche se naturalmente non sperimentano questo bisogno sempre con la stessa intensità. Ci possono anche essere infatti momenti in cui sperimentiamo il bisogno di ritirarci dal gruppo. La necessità di ritirarsi, così come il bisogno di contatto, è un fatto naturale, ma i guai possono cominciare quando sperimentiamo una situazione conflittuale del tipo: “Ho bisogno di contatto con gli altri e contemporaneamente desidero non essere coinvolto o emotivamente o psicologicamente.” Tutti i disturbi del sistema nervoso derivano dall’incapacità degli individui di trovare e di mantenere il giusto equilibrio tra se e il resto del mondo e tutti hanno in comune il fatto che il confine che ci separa dagli altri e dall’ambiente viene sentito come troppo debole. Queste persone in altre parole hanno la sensazione che gli altri oltrepassino il loro spazio personale, che il gruppo possa invaderli e per proteggersi dalla minaccia di essere sopraffatti da un mondo invadente, “scappano”. Questi individui sviluppano cioè dei “meccanismi di difesa” sia psicologici che di comportamento che danno loro l’illusione di mantenere una certa distanza e un certo equilibrio.

Vediamo ora come alcune persone per proteggersi dall’invadenza degli altri, sviluppino dei meccanismi di difesa che si manifestano come bisogno di esclusione o di ritiro dal gruppo. Un esempio opportuno forse ci aiuterà meglio a comprenderne la dinamica psicologica. Noi tutti siamo cresciuti apprendendo l’educazione e le regole del vivere civile attraverso punizioni, sgridate e rimproveri, o, per usare un termine più psicologico, attraverso gratificazioni o frustrazioni. Quando uno dei nostri genitori ci diceva che una certa azione non si doveva fare, e noi disobbedivamo, ci sgridava frustrandoci, quando invece l’azione veniva eseguita secondo l’intenzione del genitore, egli ci dimostrava la sua approvazione gratificandoci o con le parole, o con dei gesti, o con dei regali. Naturalmente le azioni premiate tendevano ad essere ripetute, mentre le azioni punite tendevano ad estinguersi. Ora, quasi tutti i nostri comportamenti adulti seguono queste regole generali, seguono cioè questo copione appreso nei nostri primi anni di vita, anche se non ne siamo più consapevoli. Supponiamo che ad una ragazzina vengano impartiti continui messaggi e discorsi negativi sui pericoli che si incontrano nella sua città, nell’uscire di casa. La ragazza riceverà informazioni sui casi di droga, di amicizie pericolose, sugli incidenti stradali e sulle cattive intenzioni di certi uomini. Otterrà continui appoggi da parte dei genitori nel frequentare le poche amicizie conosciute e nel rimanere in casa a studiare, a leggere o ad aiutare la madre. Sicuramente nel tempo questa adolescente finirà con il condividere le idee dei genitori, e, se ha un grado piuttosto basso di tolleranza all’ansia, comincerà a provare ansia nell’uscire e a provare piacere nel rimanere a casa. Le gratificazioni e le frustrazioni dell’uno e dell’altro dei due comportamenti non saranno più procurate dai suoi genitori, ma dai modelli assorbiti dai suoi genitori e introiettati dal suo organismo. Alla sola idea di allontanarsi da casa la ragazza comincerà a fare mentalmente l’elenco dei pericoli esterni, e tale elenco sarà arricchito da esperienze personali e da pensieri soggettivi.
Quando poi la ragazza eseguirà quel tipo di comportamento il suo organismo entrerà in ansia. Il ritornare a casa le darà due fonti di piacere, la prima perché il suo comportamento sarà approvato dai suoi modelli interni, i quali le dicono che restare in casa è più sicuro, la seconda perché l’organismo non produrrà più ansia. Con il passare degli anni, intorno a questo copione di base si saranno sviluppate altre idee e altri comportamenti. Forse diventerà semplicemente una casalinga o un’introversa, oppure una persona che presenta la fobia di uscire dalla sua abitazione. Nessuno penserà o si ricorderà che l’origine del suo disagio è collegato con certe idee più o meno esplicite dei suoi genitori accompagnate da gratificazioni o frustrazioni che essi distribuivano a proposito.

Quello che ho voluto evidenziare, con l’esempio della ragazza che provava disagio e ansia quando tentava di trasgredire ai suoi modelli interni (riportato nella seconda parte di questo scritto), è la riduzione dell’ansia, vissuta dall’organismo come un premio. Quando il nostro organismo prova ansia vorrebbe scappare dalla situazione ansiogena, suscitata in genere da uno stimolo esterno, come ad esempio una persona, o una situazione.
Quando la fuga viene messa in atto, si crea anche la tendenza a ripetere quel comportamento. Ciò avviene perché l’organismo prova piacere nel ridurre l’ansia. Quindi fuggire davanti ad una persona o ad una situazione, rafforza la tendenza a fuggire. Più l’individuo fugge, più si crea l’abitudine alla fuga, e quindi a ripetere l’azione. Questo “meccanismo di difesa” appena descritto è definito: “evitamento”.
Noi tutti abbiamo imparato a mettere in atto degli evitamenti, i quali operano spesso sotto forma di pensieri. Molte volte capita di trovarci in situazioni, come ad esempio davanti ad un esame, dalle quali vorremmo fuggire. In questo caso, anche se non fuggiamo, la tendenza a fuggire permane insieme a tutti i nostri pensieri di fuga. Ci troviamo così in un’altra situazione dove stiamo attuando un comportamento di evitamento con la sola differenza che la fuga non è posta subito in atto, ma potenzialmente esiste. Quando in noi si sviluppano condizioni quali l’incapacità di fare l’una o l’altra cosa, o l’impossibilità fisica o intellettuale per eseguirla, sicuramente stiamo attuando un comportamento di evitamento. Alla base di questa nostra convinzione ci sarà stata un’esperienza frustrante e punitiva che, sviluppando l’ansia, ha dato luogo ad un comportamento di evitamento nel passato. Successivamente nel tempo abbiamo costruito delle idee e delle convinzioni di appoggio a quel comportamento, diminuendo tutta una serie di abilità e di risorse che sono in noi.

Nel prossimo scritto, parlerò del lavoro che ci può aiutare a superare questi meccanismi di difesa.
Franco

18 marzo 2010

Esercizio: Scappare consapevolmente

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 13:27

Consapevolmente

Vorrei proporre un semplice esercizio bioenergetico (del tipo fai da te) che ha lo scopo di facilitare la liberazione di tutti quei sentimenti di sottomissione che mascherano la negazione della paura e della rabbia.
Stendetevi sulla schiena, nella posizione che avete usato nell’esercizio della respirazione reichiana suggerito in un precedente scritto. Dopo aver respirato profondamente per un paio di minuti, con gli occhi chiusi, cominciate a sollevare le gambe come se voleste correre veramente.
Questo è un esercizio base di ricarica bioenergetica che intensificherà notevolmente la respirazione approfondendo e aumentando il ritmo del respiro e inducendo tutto il corpo al movimento. Mentre “correte” a occhi chiusi ripetete più volte: “Voglio andare via”. Poi, per cambiare, Dite: “Voglio scappare” e continuate a ripeterlo se ne avete voglia. Se riuscite a immedesimarvi nella sensazione di fuggire la vostra corsa darà luogo a un piacevole e libero flusso di energia. Dite ad alta voce: “Sto scappando”, oppure usate altre frasi come: “Ce l’ho fatta a scappare”, o “Vattene” o “Non potete fermarmi”.
La cosa importante è di dare spazio al desiderio di fuggire che in passato la realtà vi ha impedito di realizzare; siete stati costretti a restare in situazioni in cui eravate infelici, spaventati, minacciati, in un certo senso prigionieri contro la vostra volontà. Ora potete finalmente assaporare l’esperienza di andarvene via. Sentire che si può fuggire se le cose diventano intollerabili è un bisogno fondamentale dello spirito. Se non potete fuggire scappando, dovrete fuggire con altri mezzi, per esempio chiudendovi in voi stessi, tendendo le gambe, le spalle, contraendo i muscoli del collo e della nuca e indebolendo la vista, e questo è esattamente quello che dobbiamo evitare. Quindi per la vitalità del vostro corpo, CORRETE!
Dopo aver corso per un bel po’, se non vi sentite più minacciati dalle paure del passato, smettete di scappare.
Continuate la corsa, ma lasciate che diventi piacevole e leggera, fino poi a farla sfumare completamente. Alla fine potete concedervi il meritato riposo per tutto il tempo che volete, assaporando la piacevole sensazione di abbandono di tutto il corpo.

14 marzo 2010

La respirazione energetica naturale

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 13:43

RespiroVi sono ancora oggi, metodologie di crescita personale, che pretenderebbero di risolvere miracolosamente i grossi problemi delle persone prendendo in considerazione solamente l’aspetto mentale, senza coinvolgere minimamente il corpo. Ma la pratica ha dimostrato che queste tecniche giovano fino ad un certo punto, che cioè possono avere una certa efficacia, ma solo in superficie. Per esempio, sappiamo che è quasi impossibile a una persona depressa emergere dalla sua depressione con il solo aiuto di pensieri positivi. Questo perché è depresso anche il suo livello di energia.
Reich e la Bioenergetica ci insegnano che per aiutare veramente una persona ad uscire dal suo stato depressivo è necessario liberare il corpo dalle tensioni che bloccano il flusso naturale dell’energia, o in altre parole, occorre aumentare il suo livello energetico.
Ed è sempre lo stesso Reich ad aver intuito l’enorme importanza della respirazione come mezzo per il riequilibrio del livello energetico.
La maggior parte di noi probabilmente non ci ha mai fatto caso, ma se si muta il proprio ritmo respiratorio, si possono innescare molti processi di trasformazione. Se ci osserviamo ad esempio quando siamo arrabbiati possiamo notare che la respirazione ha un ritmo particolare, un ritmo che è totalmente diverso da quello che abbiamo quando siamo tranquilli e rilassati. Ogni nostro stato d’animo, modifica il ritmo respiratorio, perché il respiro è profondamente connesso con il nostro essere.
Wilhelm Reich scoprì che limitandosi a giacere sul dorso e respirando pienamente e liberamente si riusciva ad aprire un varco in zone di tensione cronica, permettendo alla forza vitale di scorrere più naturalmente e con più energia. A riprova di quanto sto dicendo, quando siete stanchi, stressati o giù di morale, provate a fare questo semplice esperimento: stendetevi a terra sul dorso, con le ginocchia piegate e piedi aderenti al suolo. Tenete gli occhi chiusi e cominciate a respirare con la bocca. Inspirando gonfiate lo stomaco e diffondete il respiro in modo da gonfiare anche il torace. Continuate a respirare in questo modo per 5 minuti e alla fine osservate come vi sentite. Fate questo esperimento e se vorrete, poi ne parleremo.

Spesso mi viene chiesto se durante la respirazione, sia necessario forzare l’espirazione. Nella respirazione energetica, così come ci è stata tramandata da Wilhelm Reich stesso e dai suoi allievi Vegeto-terapeuti norvegesi, il respiro non dovrebbe mai essere forzato, ne in inspirazione ne durante l’espirazione.
Molti post-reichiani consigliano di respirare in modo forzato usando solo il naso, o solo la bocca, e in alcuni casi forzandola anche in modo violento (vedi la meditazione dinamica di Osho Rajneesh). Ma secondo la mia esperienza, si fa ciò solo per rendere l’esercizio “spettacolare”. E’ risaputo che quando si forza la respirazione si possono verificare reazioni molto forti, e alcune persone, per sentire che stanno lavorando bene hanno bisogno di queste cose. Reich, e tutti i grandi Vegeto-terapeuti (Baker, Raknes, Bloomental, ecc.) hanno sempre suggerito di mettersi in una condizione il più possibile di abbandono, di respirare in modo naturale e con la bocca leggermente aperta. Naturalmente se si adotta questo semplice modo di respirare non si avranno subito effetti spettacolari e occorrerà un po’ di tempo per notare un effettivo cambiamento dello stato energetico, ma sarà più stabile e duraturo (di solito per tutto l’arco della giornata).
Naturalmente a chi piace sentire il formicolio in tutto il corpo, vibrazioni nei muscoli o avere il corpo che si muove con piccole convulsioni, ecc., basterà che forzi un poco l’inspirazione (in realtà non cambia niente, avrà solo la sensazione di sentire di più). Comunque quando siamo da soli, senza il sostegno di un conduttore o di un terapeuta bioenergetico, conviene provare con la respirazione semplice e naturale.

Franco

13 marzo 2010

Sui metodi troppo invasivi

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 09:56

Colombe

La “Corazza Caratteriale” non può iniziare a dissolversi veramente fintantoché, una persona impegnata nel suo percorso di crescita, non si concede di correre il rischio di mollare le sue difese razionali. Ma per abbandonare il suo controllo razionale e disintegrarsi in stati creativi dell’essere e in stati di coscienza alterati, occorre che la persona sia disposta a regredire coscientemente nell’irrazionalità. Io non sono per principio contro la razionalità, ma semplicemente contro le forze anti-vitali che il sistema razionale mente-cervello può erigere contro le nostre più profonde potenzialità istintuali. I metodi corporei possono facilitare questo ribaltamento, possono minare seriamente le forze anti-vitali che agiscono all’interno della psiche e del corpo. Per tale ragione presuppongono conoscenza e coraggio, e vanno impiegati con molta prudenza. Nelle mani di persone incompetenti o con poca esperienza della realtà corporea, possono esplodere incontrollatamente e rimbalzare indietro, andando solo a colpire i lati più vulnerabili delle persone coinvolte nel processo, ma senza mai arrivare allo scopo del lavoro psico-corporeo e bioenergetico, che è quello di sanare le più profonde ferite della psiche e dell’anima.
Ho fatto questa importante premessa, perché spesso mi vengono poste domande nelle quali mi si chiede: “Perché non organizzi in gruppo più intensivo?” Oppure :”Quando ci farai fare degli esercizi più forti?” e così via. Certi lavori psico-corporei, sono veramente potenti ed hanno il potere di rivoluzionare, minacciare, annichilire i rigidi limiti della “Corazza”. Ma proprio data l’enorme potenza dei metodi psico-corporei nel penetrare e nel minare le difese psichiche, il rischio più grosso, quando questi vengono usati, è il loro impiego eccessivo. Le difese caratteriali, hanno una loro validità funzionale di auto-conservazione, e un conduttore coscienzioso dovrebbe sempre saper conoscere e rispettare tali principi di difesa. Le difese devono essere penetrate con gradualità. Se un conduttore non è in grado di facilitare questo processo, ma si limita a proporre tecniche intrusive e sopraffattorie che esaltano le persone e gratificano il suo ego, il trattamento sarà spettacolare, ma inutile.
Quanto più un conduttore corporeo è maturo, tanto più sarà parsimonioso nell’impiegare metodi fisici invadenti. Personalmente ho gradualmente adottato un mio stile di conduzione partendo da più basi, ma sono arrivato alla conclusione che per ottenere dei buoni risultati, più che l’utilizzo dei metodi fisici è importante un buon contatto tra gruppo e conduttore. Il veicolo primario di cura, è la relazione fra le persone coinvolte, mai le specifiche tecniche adottate. In anni di esperienza, ho verificato che se il conduttore e il gruppo instaurano una relazione ricca di contatto, se c’è comprensione, identificazione empatica con la sofferenza delle persone, entrambi riusciranno a produrre eccellenti risultati senza aver bisogno di ricorrere a metodi troppo forti.

Franco Gaspari

8 marzo 2010

Affermazione e aggressività

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 17:16

Lowen Qualsiasi discussione sull’aggressività e sulla violenza è ostacolata dalla confusione che circonda la parola aggredire. In Bioenergetica questa parola assume un diverso significato rispetto al linguaggio parlato. Generalmente il termine aggressione si riferisce ad un attacco provocato ed ostile nei confronti di un altro individuo. Il soggetto che compie l’atto iniziale è detto aggressivo e la morale corrente lo condanna per aver violato la pace, mentre la persona che usa la violenza come mezzo di difesa non viene definita aggressiva. Pertanto “aggredire” corrisponde a un atteggiamento di movimento verso, contro etc., mentre “difendersi” denota un atteggiamento di mantenimento di una posizione o di un terreno da un assalto.

Nell’ambito del carattere l’aggressività è in contrasto con la passività. Noi definiamo “aggressivo” un individuo che si accosta alle persone e si espande per soddisfare i propri bisogni. L’individuo passivo d’altra parte aspetta che le cose gli vengano date; in senso piú vasto, l’aggressività è in diretto rapporto con l’autoaffermazione. Per esempio, un uomo che in amore si accosta ad una donna compie un atto aggressivo, mentre l’individuo passivo aspetta che la donna vada da lui.

Si può essere aggressivi mentre si cerca lavoro, si propone un’idea o anche mentre si incontra della gente. Quest’uso psicologico del termine deriva dalla sua etimologia: la radice, “gredior”, derivante dalla lingua latina, denota movimento, il prefisso “ag” descrive la direzione. Aggredire, in base alla definizione del “Dizionario Internazionale Webster”, significa accostarsi; il proposito dell’azione è irrilevante, esso può essere affettivo o con intento ostile. Questo significato diventa chiaro se lo confrontiamo con le parole “regredire” e “digredire”: “refredire” significa fare un movimento a ritroso; “Digredire”, invece, significa allontanarsi da. Ingresso e egresso sono altre parole che hanno la stessa radice, denotante movimento. Il prefisso indica semplicemente la direzione del movimento.

Attualmente, i due significati letterali, etimologici, di “aggredire” non differiscono particolarmente fra loro; comunemente viene attribuita a questo movimento una connotazione sinistra ed ostile, mentre il significato psicologico è totalmente estraneo a tale interpretazione. Non saprei assolutamente spiegare come mai questo termine abbia assunto un significato cosí sinistro. Si può ipotizzare che tutti i sistemi sociali interessati a mantenere lo status quo emetteranno un giudizio negativo riguardo ad azioni mirate a cambiare il sistema stesso. Chi detiene il potere difenderà la propria posizione contro qualsiasi aggressione, dall’interno e dall’esterno, che tenti di rovesciare il potere. Quando nessun potere o diritto di proprietà gioca un ruolo importante nelle relazioni interpersonali, l’aggressività è un fatto naturale.

Se conduciamo un bambino piccolo in un negozio di giocattoli ed osserviamo il suo comportamento, vedremo che egli tenterà di appropriarsi di qualunque giocattolo colpisca la sua immaginazione, cercando magari di sottrarlo ad un altro bambino. Il bambino è aggressivo per natura, non ha esitazione nel manifestare i propri bisogni e i propri desideri, o nel cercare di soddisfarli.Nessun animale allo stato naturale può sopravvivere senza ricorrere all’agressività: ben poco gli verrebbe concesso. Un cucciolo nato da poco, se non si accosta al seno della madre, muore di fame. Una cagna non inserisce la mammella nella bocca del cucciolo, si sdraia semplicemente sul pagliericcio della cuccia e i cuccioli fanno il resto in modo aggressivo, spingendosi e urtandosi per accapparrarsi il capezzolo migliore. Anche i bambini che succhiano al seno materno hanno la stessa carica d’aggressività; cercano il capezzolo con movimenti rotanti e sporgono le labbra per afferrare il capezzolo. I bambini allattati artificialmente sono spesso piú passivi; devono aspettare che venga loro dato il biberon, o che il capezzolo venga loro infilato in bocca.

Gli individui diventano passivi perché i loro modelli di comportamento aggressivo sono bloccati dalla paura e dall’educazione ricevuta. In molte cose i bambini vengono forzati a sopprimere i loro impulsi aggressivi con ingiunzioni come “non toccare”, “non correre”, “prima di parlare aspetta di essere interrogato” ecc. ecc. Ad un bambino viene insegnato che non può prendere ciò che desidera. Questo è un dato di fatto, specialmente nelle società organizzate secondo il principio della proprietà privata. Per altro vale anche in un paese comunista. Pensate che una madre permetterebbe al proprio figlio di appropriarsi di un giocattolo in un negozio dei grandi magazzini di Mosca senza pagarlo? Solo nelle vere comunità, dove la proprietà è comune, un bambino potrà esprimere liberamente la propria aggressività naturale. E’ nell’interesse del bambino permettergli la piena aggressione quanto piú possibile; egli userà la propria aggressività per il soddisfacimento dei propri bisogni, e non con l’intento di offendere un’altra persona; ne trarrà maggior piacere e, come risultato, diventerà un adulto maggiormente indipendente e creativo. Se la sua aggressività verrà bloccata, diventerà violento; combatterà per reinstaurare la sua libertà d’azione e, dato che la violenza è sempre proibita in misura ancor maggiore rispetto all’agressività, non gli resterà che diventare un soggetto passivo e sottomesso.

Tratto da uno scritto di Alexander Lowen, creatore della Bioenergetica, da lui definita “una tecnica terapeutica per aiutare una persona a riunirsi al proprio corpo e a poterne quindi godere la vita”.

7 marzo 2010

Permettersi di essere liberi

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 16:31

Uno dei più geniali allievi di Wilhelm Reich, Fritz Perls (fondatore della Gestalt Therapy), sosteneva che la maggior parte delle persone, trascorrono, in modo più o meno cosciente, tutta la loro vita continuando a recitare, come attori su un palcoscenico, inventando ruoli e copioni, per esibirsi su differenti teatri e per pubblici diversi.

Sempre secondo Perls, tanto per complicare le cose, ognuno di noi ha due palcoscenici: uno privato e uno pubblico. Nel palcoscenico privato, nel segreto dei nostri pensieri, impieghiamo la gran parte delle nostre energie per fare prove su prove, per prepararci al tipo di spettacolo che vogliamo recitare nella vita di tutti i giorni, a casa, nelle riunioni fra amici, nel posto di lavoro, in ufficio, in fabbrica, ecc. Poi dopo decine e decine di prove private, quando ci sentiamo allenati abbastanza , siamo pronti per l’esibizione in pubblico. A malincuore, devo ammettere che Perls aveva ragione, mi sono reso conto in anni di lavoro e di ricerca personale che è proprio così, recitiamo, recitiamo sempre, a seconda del caso, della circostanza, dell’ambiente o dei nostri interlocutori, adottiamo un diverso personaggio, una maschera, una “corazza”. Questo “copione psicologico” è un programma di vita, è un vera e propria commedia a puntate, che ognuno di noi recita in modo compulsivo, solitamente con poca o nessuna coscienza.

La compulsione, la spinta a comportarsi in un certo modo, ha radici nella nostra infanzia, nelle vicende famigliari che hanno segnato più o meno profondamente le nostre prime esperienze di vita.

Nella mia esperienza, mi sono reso conto che sono veramente molto poche le persone fortunate che riescono a raggiungere la consapevolezza, l’onestà, la creatività e l’intimità. Le restanti considerano i loro simili solamente come oggetti da manipolare, che devono essere sollecitati, persuasi, sedotti, corrotti o costretti ad interpretare i ruoli più adatti a rafforzare la loro posizione di protagonisti.

Gli sforzi di chi non si accontenta di ridurre la propria vita ad una commedia, dovrebbero passare attraverso la ri-conquista di un maggiore livello di coscienza, di un certo grado di autenticità e di spontaneità, unitamente alla capacità di aprirsi al sentire e all’espressione delle proprie emozioni e dei propri sentimenti più veri. Ci vuole coraggio e determinazione per perseguire un simile obiettivo, ma non il coraggio di chi sopraffà gli altri, per arrivare primo alla cima; ma quel tipo di volontà che si sviluppa quando si desidera sentirsi in sintonia con la vita.

Sono convinto che non esistano delle particolari strategie per crescere e che l’esperienza sia la nostra sola e unica maestra. Non mi riferisco ovviamente all’esperienza così come è intesa comunemente, cioè a quell’agire fatto di abitudini ripetute che portano sì ad imparare qualcosa di nuovo, ma non a comprenderne il significato, e che rende le persone più o meno simili a degli automi. Questo tipo di esperienza è caratteristica di chi ha perduto il “sentire”, di chi non è più in contatto con il proprio corpo. Sto parlando dell’esperienza nella quale mi lascio coinvolgere con tutto i miei sensi, quando apro gli occhi, percepisco, mi rendo conto di quel che mi sta succedendo, e non solo imparo, ma anche “scopro” qualcosa.

Non si possono fare esperienze di questo tipo senza entrare nel corpo, nelle emozioni, e nell’ordine d’idee di voler realmente capire che cos’è un processo di crescita e di maturazione personale. Occorre lavorare con i nostri meccanismi di difesa, con le nostre resistenze caratteriali. Abbiamo bisogno di rivelare i nostri segreti, di confidare le nostre fantasie, di smetterla di difendere tenacemente il nostro passato o di mascherare i nostri sentimenti e le nostre emozioni.

C’è un solo grosso inconveniente: “la paura”. La paura che, perdendo quelle difese, si possa scoprire di non essere stati amati.

In conclusione, secondo me, gli strumenti migliori per crescere, quegli strumenti che anch’io ho dovuto imparare ad usare e che cerco di impiegare il più possibile, sono: l’amore per se stessi, l’amore per la natura, per il corpo, per il movimento, per l’energia vitale. Sperimentare tutto quello che non abbiamo potuto fare da piccoli, correre, saltare, sudare, gridare, rischiare, trasgredire, emozionarsi, in quattro parole: “permettersi di essere liberi”.

5 marzo 2010

Star bene con se stessi

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 11:00

TramontoQuando incontriamo un amico o un parente, alla domanda: “Ciao, come stai?”, di solito, c’è una ristretta gamma di possibili risposte che possiamo ricevere.
- Bhe, potrebbe andar meglio!
- Così, così, …
- Guarda, sto passando un gran brutto momento!
- Non c’è male, grazie!
- Bene, grazie!
- Benissimo!

In questo scritto, vorrei proprio porre l’attenzione sulle risposte, perché spesso, in base alla risposta che riceviamo, risulta facile intuire qual’è l’atteggiamento (positivo o negativo), del nostro amico, nei riguardi della vita.
Non mi riferisco, naturalmente, a situazioni particolari, quando una persona soffre per una reale malattia, per il dispiacere di una perdita, per una ferita fisica o emozionale, ma intendo piuttosto evidenziare la condizione in cui certe persone vivono abitualmente.
Sono molto poche le persone che riescono a rispondere con un sorriso spontaneo “Bene!”, e ancora meno quelle che riescono a dire “Benissimo!”.
Come mai? Io ho avuto spesso l’impressione, che molte persone si vergognino a dire che stanno bene e che sono serene.
Sembra quasi che mostrarsi troppo tranquilli e soddisfatti, senza preoccupazioni o problemi sia disonorevole.
La giustificazione più frequente è: “scusa sai, ma con tutti i guai che succedono in Italia e nel mondo, come si può parlare di tranquillità o di gioia di vivere?”.
Così il loro atteggiamento è sempre imbevuto di pessimismo e di malumore.
Ci si dimentica, o non si sa, che non sono le situazioni oggettive che possono farci sentire bene o male, ma che è il nostro stato interiore che ci può far vivere bene o male. Chiaramente, un lutto, una malattia, non può farci star bene ne suscitare gioia, ma tutte queste e altre situazioni, acquistano un diverso significato quando vengono vissute da una persona che comunque ama la vita, che sente la profonda bellezza dell’esistenza, che avverte il calore più intimo che la porta verso gli altri.
Stare bene, in questo caso, è una percezione soggettiva, una consapevolezza interiore, uno stato intimo che non viene influenzato dalla realtà oggettiva.
Ciò non vuol dire vivere con distacco, perché questo significherebbe chiudersi all’esperienza, negarsi la curiosità, la sorpresa del nuovo, il fascino dello scambio dei rapporti umani. Non vuol dire nemmeno minimizzare con superficialità i problemi, propri o altrui, perché questo significherebbe quantomeno egoismo nei confronti degli altri.
Stare bene significa invece riuscire ad avere una buona considerazione di se stessi, valorizzare tutte le emozioni piacevoli che siamo in grado di provare; scoprire che se si lasciano liberamente fluire le proprie emozioni esse tendono ad ampliarsi e ad accrescersi.
Sono convinto che non occorrano situazioni eccezionali per farci star bene, a volte può bastare anche solo ascoltare la vita e il calore che fluiscono nel nostro corpo, a condizione però che siamo disposti ad imparare a scoprirlo, a conoscerlo e ad amarlo.

1 marzo 2010

Un invito ad espandere la coscienza

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 11:04

LiberazioneVorrei raccontare alcune esperienze personali che in seguito hanno contribuito nella creazione dei gruppi di “Liberazione Bioenergetica“.
La prima volta che mi capitò di sentir parlare del concetto di “abitare” il proprio corpo, avevo 16 anni, e, devo confessare che in quell’occasione trovai l’idea piuttosto “strana”. Per il mio compleanno, un amico mi aveva regalato un libro di William C. Schutz che si intitolava: “La gioia”. Subito non lo avevo neppure preso in considerazione, ma me lo ritrovai tra le mani qualche mese dopo, proprio mentre stavo attraversando un momento di crisi con la mia famiglia. W.C. Schutz è uno psichiatra americano, pioniere di una certa controcultura, e nel suo libro predica la gioia di vivere attraverso l’espressione totale delle sensazioni e dei sentimenti. Questo autore, afferma che l’essere umano ha bisogno degli altri esseri umani, che noi tutti abbiamo bisogno di essere accettati dagli altri, che abbiamo bisogno di comprensione, di non sentirci esclusi e che nello stesso tempo abbiamo bisogno che gli altri rispettino la nostra libertà e individualità. Questi bisogni umani fondamentali, secondo W.C.Schutz, possono essere soddisfatti solo realizzando una buona relazione con gli altri, e, se non vengono soddisfatti, creano nel corpo un senso di ansietà, di mancanza o di stress, molto simile a quello che si prova per la non soddisfazione di un bisogno fisiologico fondamentale, come quello del cibo, del sonno o del calore.
Già negli anni sessanta, Will Schutz proponeva di riscoprire il contatto con la vita e con le persone. Io lessi il suo libro proprio nel momento in cui stavo perdendo il senso e la ragione di stare al mondo.
Egli affermava: “Abbiamo perso il gusto e il mordente della vita perché abbiamo permesso un gravissimo sdoppiamento, quello dei nostri sentimenti “veri” (ciò che sentiamo e proviamo davvero) dai nostri sentimenti sociali (ciò che ci siamo allenati a permetterci, a dire, a mostrare, per fare bella figura e per farci accettare). La scoperta, l’intuizione di Schutz, fu l’aver visto che la redenzione comincia dal corpo, e nell’aver sentito la grande stonatura che deforma e impedisce “la gioia di vivere”. I veri nemici da combattere non sono all’esterno ma dentro di noi, sono le nostre paure, le nostre insicurezze, la nostra incapacità di dire semplicemente: “Ti voglio bene” o “Lasciami in pace!”, o nella nostra incapacità di moversi l’uno verso l’altro.

Si era verso la fine degli anni ’60 e agli inizi degli anni ’70 e negli Stati Uniti, l’America giovane, intellettuale e del dissenso, aveva avvertito improvvisamente il bisogno di rivendicare il diritto al proprio corpo. Un po’ ovunque si praticavano metodi diversi ma tutti finalizzati alla riscoperta di una nuova corporeità (lo Yoga in tutte le sue elaborazioni, la Musico-Terapia, il Metodo Feldenkrais, l’Antiginnastica, la Danza Kundalini, il Mimo, l’Espressione Corporea e Gestuale, il Massaggio Californiano, ecc.). In Italia di riflesso cominciavano a prendere piede, anche se confusamente, le prime esperienze di Crescita Personale, per lo più di stampo Orientale; prime fra tutte lo Yoga, la Meditazione Trascendentale di Maarishi, la Meditazione Zen Giapponese e le Arti Marziali Cinesi e Giapponesi. Ma fu solamente intorno alla metà degli anni ’70, che anche qui da noi incominciò a farsi sentire sempre maggiore il bisogno di “star bene” fisicamente e mentalmente attraverso la strada del “naturale” e dell’immediato corporeo. Fiorivano soprattutto nelle grandi città, le palestre, gli studi di massaggio e di psicoterapia, i corsi per lo sviluppo del potenziale umano, i centri di meditazione e le associazioni che proponevano l’insegnamento e la pratica di metodologie centrate sul corpo. Naturalmente non rimasi insensibile al fiorire di tutte queste iniziative, e puntualmente, a volte anche con una buona dose di incoscienza, non persi occasione di sperimentare tutte quelle che mi era possibile. Mi avventurai in differenti e variopinte discipline spirituali e psicofisiche, ne cito solo alcune, dal momento che certe, erano talmente strane che dopo qualche anno non se ne sentì più parlare. Fra le tante esperienze, ricordo volentieri: lo Yoga, la Meditazione Zen, la Psicosintesi, i corsi sulle Onde Alfa, sul Sogno Guidato, sulla Visualizzazione Creativa, sullo Sviluppo della Memoria, mi imbarcai anche nei cosidetti Gruppi Autogestiti, nei Seminari di Mind Dymamics e nelle Terapie d’Urto (esperienze inutili e disastrose), per approdare finalmente dopo tanto cercare ai gruppi di lavoro sul corpo. In quegli anni leggevo molto, e insieme a “La Gioia” di Will Schutz, ci fu un altro libro che mi colpì particolarmente, e del quale vorrei parlare un po’ più ampiamente.
Il titolo era molto significativo: “Alla ricerca del D/Io perduto” di Andrea Valcarenghi. L’autore di quel libro, era l’ex direttore di “Re Nudo” (una rivista di controcultura molto seguita dai giovani contestatori del ’68, che fra l’altro da qualche anno ha ripreso ad essere ripubblicata), e descriveva le sue impressioni e le sue scoperte spirituali/esistenziali dopo uno straordinario viaggio in India. Valcarenghi si faceva chiamare adesso Swami Deva Majid, e, nel suo libro spiegava come e perché era diventato discepolo del maestro indiano Bhagwan Shree Rajneesh (oggi più conosciuto come Osho). Egli raccontava com’era la vita, a Poona in India, nella comunità di questo strano Guru, spiegava le basi del suo insegnamento e i vari metodi di terapia che lì aveva praticato. Ma fatto ancor più interessante, egli rendeva partecipi i lettori del sapore di questa esperienza comunicando anche i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure e le sue sensazioni più intime. Mi ero chiesto molte volte come mai la rivista “Re Nudo” fosse sparita dalle edicole, ora leggendo quel libro capivo il perché, Valcarenghi probabilmente aveva avuto una crisi d’identità e nella comunità di Rajneesh aveva trovato nuovi valori e nuove risposte ai suoi problemi esistenziali. Ricordo che rimasi particolarmente colpito dalla descrizione che Majid faceva delle diverse terapie di gruppo che si praticavano, nella comune di Poona, nell’arco di una giornata tipo. Si cominciava all’alba con una terapia di gruppo che consisteva nel dare libero sfogo a tutte le emozioni represse, per proseguire poi nel corso della giornata con un incredibile varietà di attività psicofisiche, dallo Yoga alle Danze Tribali, dagli esercizi di consapevolezza della Gestalt ai massaggi terapeutici, dalla Terapia Primaria agli Encounter, e cosi via, e alla sera prima di andare a dormire si terminava con un’altra terapia energetica di tipo liberatorio. Tutte metodologie che offrivano una sintesi tra l’approccio orientale alla meditazione e le più innovative terapie psicocorporee occidentali. Le esperienze descritte nel libro di Majid Valcarenghi, mi sembravano del tutto simili a quelle esperienze di cui parlava Will Schutz nel suo libro “La Gioia”, e mi mise una tale curiosità che presi la decisione di sperimentare personalmente l’efficacia di questi metodi. Verso la fine degli anni ’70 i centri e le comunità di Rajneesh avevano cominciato a nascere un po’ dovunque in Europa. Scoprii che ne esistevano alcune anche in Italia, e non persi l’occasione di partecipare con entusiasmo ai vari Energywork di Terapia Primaria, Encounter, Rebirting, Body-Mind Awareness e Neo-Reichian Groups. Esperienze che meriterebbero di essere descritte e raccontate una per una, ma che preferisco sintetizzare in poche parole. Questi metodi proponevano indubbiamente un approccio piuttosto violento e terapeuticamente poco corretto, ma considerando il fatto che in quegli anni avevo un corpo energeticamente bloccato e una carica emotiva inesplosa, per me furono un vero e proprio toccasana e hanno avuto sicuramente il grande merito di farmi toccare con mano la mia rigida “corazza-caratteriale”

28 febbraio 2010

L’aspettativa di cambiare se stessi

Filed under: Bioenergetica — reichiano @ 11:19

Liberazione

Quando si sceglie di prendersi la responsabilità della propria esistenza, ci si dovrà scontrare inevitabilmente con tutta una serie di problemi, che, forse non si manifesteranno subito, ma prima o poi, dovremo fare i conti con numerose avversità.
Il desiderio di cambiare e di migliorare il proprio modo di vivere si accompagna inizialmente sempre a grande entusiasmo e possiede una carica emotiva notevole, perciò tali problemi non si vedranno subito, ma cominceranno ad esercitare il loro logorio solo dopo che lo slancio iniziale si sarà affievolito.
A rendere inevitabile tale problematiche concorre potentemente quella spontanea predisposizione umana che è il nutrire delle aspettative da ciò che si intraprende. Di per se è proprio questo talento che spinge all’azione, purtroppo, però quando lo si applica ad una generica crescita personale, esso reca contemporaneamente i germi della resa futura.
Quando i tempi cominciano ad allungarsi senza mostrare dei risultati tangibili e le difficoltà diventano sempre più prepotenti, emergeranno tutta una gamma di considerazioni, ragionevolmente plausibili, che contribuiranno a far apparire la rinuncia non più un’ulteriore bruciante sconfitta, bensì una “sensata” decisione, maturata dalle circostanze.
Fondalmentalmente, perciò, a convalidare la giustezza del rifiuto, dopo averne segretamente creato le premesse, concorrerà quell’atteggiamento mentale, sempre in agguato, qual’è l’abilità di prefigurare nel momento presente, gli sviluppi nel tempo, di un’operazione che ci si prefigge di attuare nel futuro. Tutto ciò, purtroppo, solo in base ai parametri ed alle risorse del momento.
Come spesso accade, le migliori energie, se usate al di fuori del loro specifico campo d’azione e del loro limite qualitativo, finiscono per partorire risultati inversi, trasformandosi da strumenti preziosi in limiti gravosi, fatali anche alle più provate delle buone intenzioni.
E’ quanto può accadere a chi si lasci condurre sconsideratamente dalla propria capacità di futurizzare: una delle più sottili delle doti umane, figlia dell’esperienza ed in grado di anticipare, traendone dal futuro, le conseguenze delle azioni presenti.
Considerata sotto quest’ottica, essa si propone come un’utilissima qualità: la tecnica ne è di fatto dipendente; la ricerca matematica le è quasi completamente consacrata; le iniziative economiche si considerano inapplicabili, qualora non godano del confronto delle sue proiezioni. Futurizzare è ormai per molti versi, sinonimo di razionalizzare.
Se la capacità di proiettarsi nel futuro è strettamente connessa con il raziocinio, ed è quindi sinonimo di saper organizzare il pensiero in modo appropriato, significa che essa è una scienza esatta, quindi riducibile ad una formula applicabile, pur con le sue innumerevoli varianti, alle molteplici situazioni della vita.
Ed è certamente per questo motivo che l’uomo si sente così legato a questa preziosa dote mentale. In tutta la storia dell’umanità, il saper prevedere il futuro, è sempre stata probabilmente, l’idea più ossessiva di tutte. Ed è facile comprenderne il perché. Un tempo si doveva ricorrere ad indovini, maghi, stregoni ed aruspici; oggi, grazie alla scienza statistica, tutto ciò sta diventando metodo, principio, calcolo.
Il futuro, nido di pericoli, di morte, di traversie, può essere strutturato e programmato. Riuscire ad accedere al futuro significherebbe spezzare d’un colpo tutta la precarietà dell’esistenza, essere ad un passo verso la perfezione divina.
La grande utilità di questa facoltà è incontestabile: applicata in agricoltura e nella produzione industriale è la garanzia principale del benessere e dell’equilibrio di un paese.
V’è però un altro aspetto che è senz’altro utile prendere in considerazione, ed è quando questi elementi di valutazione vengono applicati all’esperienza umana, nel senso più strettamente individuale. In particolare, ciò può accadere nella crescita interiore, quando ci si aspetta di “cambiare” la propria personalità usando la volontà e il controllo razionale. In questo caso, pur continuando ad essere una qualità di grande aiuto pratico, l’uso della futurizzazione può portare ad effetti imprevedibili.
L’impiego della facoltà di futurizzazione, in questi due differenti contesti, ovvero per il raggiungimento del successo materiale da un lato e per un’autorealizzazione interiore dall’altro, presenta delle sostanziali diversità.
Nel primo caso si utilizzano dati statistici, valori “statistici”, cioè inalterabili, incapaci di trasformazione e di sviluppo propri, di norma anche prevedibili in quanto dipendenti da fattori noti, addirittura creabili al bisogno; nel secondo caso il terreno d’azione è estremamente fluido, in perpetua evoluzione, capace di entrare in relazione con le emozioni più sottili, prevedibile solo entro margini molto labili; in particolare, però, è una dimensione a tutt’oggi sconosciuta.
E l’ignoranza, si sa, ha per figlia naturale la paura.
L’esperienza insegna che, pur con tante buone intenzioni e dichiarata disponibilità, quando si decide di intraprendere un viaggio d’autoconoscenza, è ben difficile non cedere all’abitudine di aspettarsi qualcosa, di prefigurarsi il risultato e, così facendo, si mettono inconsciamente in atto degli atteggiamenti mentali che condurranno inevitabilmente alla rinuncia.
Una tale constatazione, non ci deve demoralizzare, e nemmeno si deve pensare che essa possa essere valida solo per persone deboli e disorganizzate; al contrario, possiamo ritenerla un principio generale, valido per tutti gli esseri umani. Ci sono molti esempi illustri a sostegno, basta ricordare l’evangelico “Lascia tutto ciò che possiedi”, o l’orientale “Vuota la mente da ogni pensiero”.
Queste due citazioni sono un’ottima dimostrazione di “futurizzazione indiretta” perché contengono una tacita promessa di risultato futuro.
Il pericolo risiede nell’enorme autorità e levatura morale di coloro che hanno pronunciato queste due massime: Cristo e Buddha. Personaggi troppo lontani dalle miserie umane, che, se presi a modello da qualunque persona normale, non possono che rendere insignificante ogni sforzo personale.
E allora? Quale alternativa abbiamo per portare avanti la nostra crescita interiore?
Imparare a rinunciare, momentaneamente, alle grandi mete, per far posto alle conquiste più prossime, anche se modeste, è il primo indispensabile passo nella pratica dell’autoaffermazione. Occorre imparare la disciplina insita nella comprensione delle piccole cose. Solo quando si possiede il quotidiano si saprà cosa ci può offrire il futuro.
Quando s’inizia un percorso di conoscenza di se, non possiamo che accettare di condividere la prima parte del cammino con compagni spiacevoli, quali la paura, la rigidità e tante altre qualità che istintivamente detestiamo, non ultima l’ignoranza di noi stessi.
L’ignoranza è proprio l’ostacolo maggiore. Il demone dell’orgoglio e della presunzione, infatti, è sempre in agguato, e il rendersi conto e l’ammettere d’essere ignoranti su se stessi, potrebbe già essere una gran conquista.
Recita un antico detto: “Quando il discepolo è pronto, ecco, giunge il maestro”.
Il problema è accettare umilmente di essere soltanto discepoli con poche e vaghe conoscenze e con ancor più scarse energie.

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